La decisione di Brandes. di E.Marquez




«
Decidi tu», mi disse. A quei tempi, non sapevo quasi nulla di quell’uomo. 

Walter Andreas Hofer; che perlustrava Parigi alla ricerca di opere per la collezione privata di Goering, e che, all’occorrenza, poteva essere molto persuasivo.
Soltanto che si chiamava Hofer, 
«Decidi tu». Una voce sicura, abituata a imporre condizioni, a fare a pezzi la capacità di scegliere. «Se vuoi riavere i tuoi quadri, devi solo darmi il Cranach». Il Cranach. Lo conosco a memoria. Chiudo gli occhi e lo vedo. Senza ombre. Con la nitidezza dei sogni: le tre figure, il paesaggio scosceso, le nubi minacciose. «Decidi tu. Però non pensarci troppo, che non ho tutto il tempo del mondo». Parole che soffocano gli ultimi spiragli di aria respirabile, che pesano come un macigno.
Poi chiuse la porta adagio, come se non fosse ancora giunto il momento di fare rumore per intimidirmi. Quando bastava il suo sguardo per sentire un brivido lungo la schiena. Persino adesso, ventidue anni dopo, se m’imbatto in una fotografia di Hofer, sento ancora il suo sguardo vagare per lo studio e fissarmi negli occhi. Penetrante. Minaccioso come un idolo scolpito a colpi d’ascia.


Mio padre parlava spesso dell’anima dei colori, della sua capacità di influire sui nostri sentimenti. Era un chimico, ma la sua passione per la pittura lo spinse a dedicarsi allo studio dei pigmenti. E riusciva a mutare termini così asettici come lazulite, silicato di alluminio o zolfo in storie affascinanti, come il viaggio di Marco Polo alle cave di lapislazzuli di Badaksan, alla sorgente del fiume Amu Daria, o in racconti magici, come la leggenda del sangue di drago trasformato in 16cinabro. Dopo averle ascoltate tanto, una sera dopo l’altra per settimane, coricati sul letto della mia camera nella penombra, ricordo ancora le parole di Marco Polo: «Nella terra ci sono vette di pietra con le quali si fabbrica questo blu, e montagne con miniere di argento, rame e piombo. E la pianura è molto fredda». Altre notti, grazie alla bravura di affabulatore di mio padre, potevo immaginare la paziente attesa del drago, appollaiato su un albero, per saltare addosso al suo eterno nemico; la lotta feroce con l’elefante, soprattutto mentre gli strappava gli occhi; l’agonia del drago ghermito sotto l’elefante moribondo, e la sabbia tinta di rosso.
Penso che dipingo per recuperare la mia infanzia.

La conobbi a teatro appena finita la guerra. Durante una delle prove de La voce umana di Cocteau. E, sebbene avessi letto l’opera per realizzare alcuni bozzetti del manifesto che mi avevano affidato, mi impressionò la forza del suo monologo. Ricordo la presenza sconcertante di Alma, scalza e spettinata, con un cappotto sopra la sottoveste, che si muoveva sulla scena con il telefono in mano; le inflessioni della voce  che  si  adattava  come  cera  alle  sfumature  del  testo:  dal bisbiglio al grido, dalla paura al pentimento; l’intensità tagliente dei silenzi, con lo sguardo vivo e il corpo in tensione, all’agguato delle parole distratte dell’amante che l’aveva appena lasciata. Dopo quel primo pomeriggio, sebbene non ne avessi bisogno per l’incarico, tornai a teatro in varie occasioni. Solo per vederla. Adesso devo accontentarmi della registrazione dell’opera che fece poco prima di morire. La ascolto spesso. Metto il disco e chiudo gli occhi. Per un momento, la voce di Alma attenua il freddo e il timore, esorcizza l’assedio della solitudine.

Commenti

  1. Cranach è il vecchio o il giovane??
    l'estate scorsa ho visto un bel
    autoritratto del giovane in un museo nelle Baltiche .. presunto era
    agli Uffizi ce n'è un altro sempre presunto .. che sia un pittore presunto??

    ;-))
    anche Braque a me piace tantissimo
    chissà quanto vale oggi

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